Descrizione Progetto

#ONCEUPONATIMEIN2020

Sappiamo tutti che questo periodo passerà alla storia come uno dei più discussi dell’ultimo secolo: la cronaca è stata praticamente monopolizzata dal Covid, ma anche l’arte se ne è occupata cercando di portare questa narrazione in un’ottica metaforica, paradigmatica. Once Upon A Time in 2020 vuole tentare un azzardo e trovare un punto di incontro tra questi due ambiti: può l’arte essere strumento di rappresentazione della realtà, sottraendo questo primato alla banalità della comunicazione di massa? Per rispondere a questa domanda Fabrizio Spucches affronta il Covid offrendo vari punti di vista, nuovi e sorprendenti, sulla condizione umana in questo periodo. Scorci della storia contemporanea sotto gli occhi di tutti, ma che spesso non vogliamo vedere: dagli aspetti più nascosti della “classe lavoratrice” fino al divario (cresciuto a dismisura) tra ricchi e poveri. È ancora una volta l’economia a governare il nostro modo di vivere e subire questa epoca?

Sappiamo tutti che questo periodo passerà alla storia come uno dei più discussi dell’ultimo secolo: la cronaca è stata praticamente monopolizzata dal Covid, ma anche l’arte se ne è occupata cercando di portare questa narrazione in un’ottica metaforica, paradigmatica. Once Upon A Time in 2020 vuole tentare un azzardo e trovare un punto di incontro tra questi due ambiti: può l’arte essere strumento di rappresentazione della realtà, sottraendo questo primato alla banalità della comunicazione di massa? Per rispondere a questa domanda Fabrizio Spucches affronta il Covid offrendo vari punti di vista, nuovi e sorprendenti, sulla condizione umana in questo periodo. Scorci della storia contemporanea sotto gli occhi di tutti, ma che spesso non vogliamo vedere: dagli aspetti più nascosti della “classe lavoratrice” fino al divario (cresciuto a dismisura) tra ricchi e poveri. È ancora una volta l’economia a governare il nostro modo di vivere e subire questa epoca?

Ci sono poi due sezioni iconiche, che strizzano l’occhio alla storia dell’arte: la prima traccia una serie di ritratti surreali, dal sapore rinascimentale, che nei confronti del virus hanno un atteggiamento sacro e profano allo stesso tempo; la seconda è invece una sequenza dedicata al nudo, al tabù che resiste nonostante ogni paradigma stia cambiando. Se la retorica ha portato certa arte alla ricerca dell’eccentrico, ecco che Spucches invece vuole cogliere la brutale normalità, quella della noia e dell’alienazione.

Ci sono poi due sezioni iconiche, che strizzano l’occhio alla storia dell’arte: la prima traccia una serie di ritratti surreali, dal sapore rinascimentale, che nei confronti del virus hanno un atteggiamento sacro e profano allo stesso tempo; la seconda è invece una sequenza dedicata al nudo, al tabù che resiste nonostante ogni paradigma stia cambiando. Se la retorica ha portato certa arte alla ricerca dell’eccentrico, ecco che Spucches invece vuole cogliere la brutale normalità, quella della noia e dell’alienazione.

Fabrizio Spucches Ritratto Portrait

E il primo soggetto di questa serie è proprio lui, che costretto in casa durante il primo lockdown si autoritrae, per poi coinvolgere le persone del suo condominio, quelle della sua strada e poi di tutta Milano e oltre. Ecco che allora all’inizio Spucches va in strada e con la sezione Working Class Virus fotografa giovani e anziani, fattorini e edicolanti, preti e prostitute, operatori della Croce Bianca e cadaveri. C’è un fil rouge che unisce i soggetti ed è certamente la solitudine, condizione che spinge ogni luogo a farsi eremo. Il virus ha disperso la calca, ha cacciato la folla e costretto ognuno nel proprio nascondiglio, ha agito come un vigile urbano che interrompe la festa sul più bello e ci disarma, ci lascia soli. E si sa che quando si è soli si ha tempo per riflettere e l’isolamento comincia ad avere il sapore dell’abbandono. Dopo questa sezione Spucches si arma di un fondo bianco e gira per Milano cercando non ciò che è cambiato, ma ciò che resta uguale a se stesso: fa incrociare i poli estremi, i ricchi e i poveri. Gli unici che con questa pandemia non hanno perso e non hanno guadagnato, perché sappiamo che chi era molto benestante prima è rimasto tale, chi era nullatenente pure. Ed ecco che in questi soggetti si coglie uno sguardo fastidiosamente vispo, che da una parte ti dice “cazzi tuoi se non hai più niente, io stavo bene prima e sto bene adesso” e dall’altra “cazzi tuoi se non reggi la situazione, io a differenza tua ci sono abituato a fare una vitaccia”. In queste foto c’è una sottotraccia ironica che si mangia la traccia drammatica.

E il primo soggetto di questa serie è proprio lui, che costretto in casa durante il primo lockdown si autoritrae, per poi coinvolgere le persone del suo condominio, quelle della sua strada e poi di tutta Milano e oltre. Ecco che allora all’inizio Spucches va in strada e con la sezione Working Class Virus fotografa giovani e anziani, fattorini e edicolanti, preti e prostitute, operatori della Croce Bianca e cadaveri. C’è un fil rouge che unisce i soggetti ed è certamente la solitudine, condizione che spinge ogni luogo a farsi eremo. Il virus ha disperso la calca, ha cacciato la folla e costretto ognuno nel proprio nascondiglio, ha agito come un vigile urbano che interrompe la festa sul più bello e ci disarma, ci lascia soli. E si sa che quando si è soli si ha tempo per riflettere e l’isolamento comincia ad avere il sapore dell’abbandono. Dopo questa sezione Spucches si arma di un fondo bianco e gira per Milano cercando non ciò che è cambiato, ma ciò che resta uguale a se stesso: fa incrociare i poli estremi, i ricchi e i poveri. Gli unici che con questa pandemia non hanno perso e non hanno guadagnato, perché sappiamo che chi era molto benestante prima è rimasto tale, chi era nullatenente pure. Ed ecco che in questi soggetti si coglie uno sguardo fastidiosamente vispo, che da una parte ti dice “cazzi tuoi se non hai più niente, io stavo bene prima e sto bene adesso” e dall’altra “cazzi tuoi se non reggi la situazione, io a differenza tua ci sono abituato a fare una vitaccia”. In queste foto c’è una sottotraccia ironica che si mangia la traccia drammatica.

Arriviamo poi ai nudi, alla serie più teatrale e intima: Spucches coinvolge un’associazione di naturisti, persone che ovviamente si svestono in funzione dell’altro, che sono nudi solo se qualcuno li vede. Negli occhi di questi soggetti c’è una disperata ricerca di un ritorno al passato, perché ci si può esibire solo se c’è un pubblico e come si può averlo se non si può più uscire? E qui entra in gioco un sottile e perverso piacere del fotografo, che permette loro di essere nudi, ma non proprio: serve la mascherina. Ecco che arriva subito, in chi vede queste fotografie, una sorta di cortocircuito estetico: cosa ci colpisce? Il fatto che siano gigantografie di nudi o la mascherina, quell’oggetto che è il segno del tempo che viviamo?

Arriviamo poi ai nudi, alla serie più teatrale e intima: Spucches coinvolge un’associazione di naturisti, persone che ovviamente si svestono in funzione dell’altro, che sono nudi solo se qualcuno li vede. Negli occhi di questi soggetti c’è una disperata ricerca di un ritorno al passato, perché ci si può esibire solo se c’è un pubblico e come si può averlo se non si può più uscire? E qui entra in gioco un sottile e perverso piacere del fotografo, che permette loro di essere nudi, ma non proprio: serve la mascherina. Ecco che arriva subito, in chi vede queste fotografie, una sorta di cortocircuito estetico: cosa ci colpisce? Il fatto che siano gigantografie di nudi o la mascherina, quell’oggetto che è il segno del tempo che viviamo?

La ricerca di Spucches si chiude poi con la serie “Once Upon a Time”, che dà il nome a tutta la mostra: queste fotografie non sono fatte per strada o a soggetti che interpretano semplicemente loro stessi, non sono reportage o meglio diventano una sorta di reportage costruito, dove è Spucches a creare una realtà che vive attraverso l’allegoria. Le sue fotografie diventano crude e disturbanti. Mostrano una realtà a prima impressione assurda, di esseri umani che sembrano attori di una grande sceneggiatura senza logica, di una sequenza amara e ironica allo stesso tempo. Sono tutte immerse in un azzurro che è limbo, che è il cielo della scena finale di Miracolo a Milano, quando tutti riescono a liberarsi spiccando il volo. Ed è una libertà traumatica, di individui che in un modo o nell’altro hanno fatto i conti con l’impossibilità di integrarsi nel mondo.

La ricerca di Spucches si chiude poi con la serie “Once Upon a Time”, che dà il nome a tutta la mostra: queste fotografie non sono fatte per strada o a soggetti che interpretano semplicemente loro stessi, non sono reportage o meglio diventano una sorta di reportage costruito, dove è Spucches a creare una realtà che vive attraverso l’allegoria. Le sue fotografie diventano crude e disturbanti. Mostrano una realtà a prima impressione assurda, di esseri umani che sembrano attori di una grande sceneggiatura senza logica, di una sequenza amara e ironica allo stesso tempo. Sono tutte immerse in un azzurro che è limbo, che è il cielo della scena finale di Miracolo a Milano, quando tutti riescono a liberarsi spiccando il volo. Ed è una libertà traumatica, di individui che in un modo o nell’altro hanno fatto i conti con l’impossibilità di integrarsi nel mondo.

Spucches ha una capacità incredibile di stabilire un legame con i suoi soggetti e questo gli consente di poter offrire con le sue fotografie una struttura narrativa alle immagini, che trasporta chiunque le veda in una realtà parallela, sicuramente molto lontana dalla nostra comfort zone, ma che allo stesso tempo ci somiglia. La mostra di Fabrizio Spucches, la prima personale di una lunga serie, ci costringe a un esercizio che avremmo volentieri evitato. Guardiamo i suoi soggetti, facciamolo da soli e in silenzio. Troveremo una somiglianza con ognuno di loro. Quelle donne e quegli uomini, disperati e carichi di costernata angoscia, con il loro disincantato amor proprio o con il sarcasmo cinico di chi non ne può più, con la paura e la consapevolezza di essere “diversi”, siamo noi. E non possiamo farci proprio niente.
Nicolas Ballario

Spucches ha una capacità incredibile di stabilire un legame con i suoi soggetti e questo gli consente di poter offrire con le sue fotografie una struttura narrativa alle immagini, che trasporta chiunque le veda in una realtà parallela, sicuramente molto lontana dalla nostra comfort zone, ma che allo stesso tempo ci somiglia. La mostra di Fabrizio Spucches, la prima personale di una lunga serie, ci costringe a un esercizio che avremmo volentieri evitato. Guardiamo i suoi soggetti, facciamolo da soli e in silenzio. Troveremo una somiglianza con ognuno di loro. Quelle donne e quegli uomini, disperati e carichi di costernata angoscia, con il loro disincantato amor proprio o con il sarcasmo cinico di chi non ne può più, con la paura e la consapevolezza di essere “diversi”, siamo noi. E non possiamo farci proprio niente.

Nicolas Ballario

CREDITS

MOSTRA PROMOSSA DA / MUNICIPIO 3 DI MILANO, COMUNE DI MILANO

 ORGANIZZATA DA / ASSOCIAZIONE FORMIDABILE LAMBRATE

A CURA DI / NICOLAS BALLARIO

DIREZIONE ARTISTICA / UMBERTO COFINI

 TESTI / OLIVIERO TOSCANI, DENIS CURTI

VOLUME / IL RANDAGIO EDIZIONI

RESPONSABILE DI PRODUZIONE / ANDREEA APAVALOAEI

STAMPA E ALLESTIMENTO / AL LABORATORIO

 MEDIA PARTNER / SKY ARTE, ROLLING STONE, BLACK CAMERA

CON IL SUPPORTO DI / GALLERIA STILL FOTOGRAFIA

CON IL CONTRIBUTO DI / CROCE BIANCA MILANO, PANE QUOTIDIANO, A.N.I.T.A. ASSOCIAZIONE NATURISTA ITALIANA, AREA 51

UN RINGRAZIAMENTO PARTICOLARE A / FABIO LUCARELLI, SETTIMIO BENEDUSI, TOMMASO CIMARELLI, ALESSANDRO CURTI, RAFFO FERRARO, LUCA FORTIS, MARISA GUAZZONI, JASMINA MARTIRADONNA, FEDERICO MAURO, SIMONE SALATINO, GIOVANNI SCAFOGLIO, GIOVANNI SELLARI, SIMONA SERINI